Lungo il Mugnone

(una passeggiata entomologica in due puntate)

 

“Calandrino, Bruno e Buffalmacco giù per lo Mugnone vanno cercando di trovar l’elitropia, e Calandrino se la crede aver trovata; tornasi a casa carico di pietre; la moglie il proverbia, ed egli turbato la batte, e a’ suoi compagni racconta ciò che essi sanno meglio di lui”

Decameron VIII, 3

Tommaso Lisa (Firenze, 1977) è dottore di ricerca in lettere. I suoi studi di estetica si sono concentrati sulla “poetica dell’oggetto” del filosofo Luciano Anceschi, nella poesia italiana nella seconda metà del Novecento, da Montale alla nuova avanguardia. Ha scritto libri di critica letteraria (su Edoardo Sanguineti, Valerio Magrelli), numerose poesie, il racconto di un paese immaginario e della sua ferrovia (Liseto e il treno) che racchiude anche la sua idea di modellismo ferroviario, passione alla quale è dedito da tempo. Si è concentrato in passato anche sullo studio dell’entomologia, pubblicando per l’associazione francese r.a.r.e. il catalogo ragionato sui cicindelidi della regione del Mediterraneo. Atleta dell’ASSI Giglio Rosso di Firenze, corre le distanze dei 400 e degli 800 metri, nelle quali è stato più volte campione regionale. Sposato con Francesca, padre di Bernardo, vive praticamente da sempre nel quartiere di Novoli, a Firenze. Di mestiere è agente di assicurazioni nell’agenzia Zurich fondata da suo nonno Mario Mecocci.

 

Il quinto dei sette piani del palazzo della periferia fiorentina in cui abito, edificato negli anni Cinquanta con logica razionale scevra di fascino, sorge sull’argine di un fiume. Vivo quindi in prossimità di un limite; soggetto borderline, ogni volta che m’affaccio dal balcone osservo un confine naturale ma anche amministrativo, limite Ovest del quartiere Uno di Firenze, cambio di codice di avviamento postale, assegnazione di uffici pubblici, scuole e asili. Si spalanca da questa specola la vastità brulla e incolore del quartiere di Novoli, il grigioverde di Monte Morello e della Calvana – luoghi aspri, aridi e sferzati dal vento, dove la campagna toscana tende a intignarsi – che fanno da cornice al torrente Mugnone e poco oltre, guardando a Nord, alla confluenza col Terzolle. Proprio sulle ghiaie fuori porta San Gallo, risalendo poche centinaia di metri verso la sorgente, lungo l’antico percorso del torrente, Boccaccio ambientò la ricerca dell’elitropia. È una Mesopotamia quindi, se è vero che significa terra tra due fiumi, quella che si estende sotto i miei occhi. Cementificata però da nuovi argini, dal risanamento imposto dall’Alta Velocità ferroviaria. Mi domando come questi terreni vaghi perennemente in corso di ristrutturazione (o meglio, di destrutturazione), questo continuo cantiere a cielo aperto, landa talvolta in preda alle ruspe, dopo aver trascorso un inverno spoglio e disadorno, senza quasi neppure l’ombra dell’erba, possa ripopolarsi ogni primavera di una tale varietà di piante fiorite, rigogliose, brulicanti di vita. Un prodigio troppo naturale per un posto tanto artificiale. Se passeggio in questo biotopo rumoroso, erborizzante, frastornato dal rumore del traffico e dalle zaffate di smog, osservo un fervere di creature che vivono nel flusso del fiume. Fauna e flora. Sotto i sassi, tra resti e copertoni abbandonati, attendono cuprei carabi carnivori e rapide scolopendrine arrotolate su se stesse. Argille anonime e grigie, indistinte, sostengono piante infestanti che spuntano tra una moltitudine di cose abbandonate, preziose perché senza valore, che si accatastano una sull’altra: foglie, scarti, un pallone, una scarpa, un ramo. Cose che sopravvivono tranquille, fuori dal circuito del commercio umano, che hanno perduto ogni carattere di merce. Perciò definitivamente salve, allietate dalla presenza di germani e garzette. Una malinconia senza nuvole sottolineata dal sole pieno di fine marzo. All’ombra di me stesso, osservo il riflesso della mia sagoma in tale ondivago specchio d’acque, tra reliquie, carcasse portate dalla piena invernale, elitre essiccate. Varcando così la soglia dell’eternità.

Risalendo la corrente lungo un viottolo costellato di fiori e escrementi di cane, m’incammino verso il ponte di Rifredi, là dove sorgeva l’osteria di Gianesse, cantata da Lorenzo il Magnifico nel suo Malmantile. Testimonianza di ciò è la targa posta in via Reginaldo Giuliani, nelle adiacenze di Piazza Dalmazia, a margine di quel ponte eretto sul Terzolle. Sono a Rifredi. Gli etimologisti non danno una spiegazione univoca a tale nome: per alcuni deriverebbe da Rio Freddo, “rivus frigidus”, per il fatto che il corso d’acqua aveva temperature molto basse. Ancora i lavori per la realizzazione della tramvia non hanno portato scompiglio tra i lacerti di un paesaggio agreste soffocato dalle case. Mi fermo sull’argine e osservo un pescatore, giunto qui in bicicletta. Noto la sua incongruenza nel contesto, quasi fosse rimasto qui dai tempi in cui è stato costruito l’argine in pietra, da quando il canneto bruno ha attecchito nel poco spazio disponibile tra la scarpata e il deposito di una officina. Ricordo che da bambino pedalavo su una piccola BMX gialla, in un campeggio. Giovane entomologo, in un crepuscolo estivo della prima metà degli anni Ottanta, con una luce simile a quella di questo momento, lungo un viottolo costeggiante le piazzole attrezzate per roulotte, tornavo dallo stagno artificiale del ristorante. Tenevo stretto tra l’indice e il pollice una specie di stelo bruno e penzolante. Con premura, evitavo buche e sobbalzi per non strattonare quella lunga bizzarra mantide mèzza. Pescata per caso, con grande emozione, in un angolo quieto della vasca, in un recesso riparato dagli strami e dalle carpe koi, grandi e colorate come saponette. La tirai fuori dall’acqua per il filo del sifone proprio mentre raspava il fondo con le sue pinze appuntite, in cerca di prede nel basso fondale. Ricordo l’emozione di aver catturato una rara e bizzarra ranatra lineare, insetto mitologico al pari dei pesci abissali, raffigurata nelle tavole entomologiche come un mostro deforme e feroce. Si rivelò invero di dimensioni modeste, con le tibie anteriori ripiegate mollemente sui femori. Quella era comunque una creatura proveniente da un al di là archetipico. Rarità difforme, forma eccentrica e ingegneristicamente complessa. Lineare astuccio di pagliette, cannula, cannuccia tuffata nel dolce del sottomondo algoso che stagna trasparente.

Indugio dove bolsi botoli domestici scodinzolano, disseminando il sentiero di deiezioni acide, sul margine frastagliato di un canneto, argine a pochi orti superstiti. In questa periferia di cemento grigio, plumbeo, figlia infame di un recente passato industriale, ultima ricchezza dell’essere umano, sopravvivono sacche indomite di natura (sotto strati di terra, oggi intaccano la scorza della pietra madre, scavano la galleria per l’alta velocità mentre poco oltre gettano le fondamenta per la nuova stazione, in cerca di un senso per il futuro, si prosciugano le sorgenti del passato). Osservo il casolare di pietra di là dal torrente, nobile nella sua forma essenziale, a misura d’uomo e di lavoro, conglomerato in un tessuto urbano ramificatosi repentinamente in modo irrazionale, schiacciato dalla mole incolore dei palazzi. Più sotto, lungo la riva algosa, ecco altre fluenti piante acquatiche. I preistorici equiseti, ricca corona vegetale nel tepore del mezzogiorno. Il pendio della scarpata di massi, incastonati a forza dalle ruspe nell’argine che declina verso il greto, coperta di muschi e licheni, ricorda le gibbosità delle elitre delle donacie. Ma dal vivo, qui, di donacie, coleotteri crisomelidi dalla forma allungata, non ne ho vista mai nemmeno una. Piuttosto, in vetta alle canne e ai pelosi strami, sono impalati alcuni variopinti dragoni volanti. Sfarfallio di arcobaleni sul lento transito delle acque, riverberandosi nel reticolo retinico delle ali, trasparenze sparse, filo su filo intrecciata vetrata che trama e innerva l’ala. Quieta vena cristallina nella brezza che smuove l’acqua, che in piccoli gorghi e mulinelli trascina le foglie. Il volo della libellula luccica carbonifero nella luce vorticante di questo pomeriggio soleggiato, tra le piante di ortiche. La testa è un casco, convesso, globoso. Il corpo un filo dritto e colorato. Maculato. Chissà se le larve di libellula, che certamente popolano il Mugnone anche in questa zona antropizzata, predano girini e piccoli pesci fianco a fianco con quelle del feroce ditisco, come accade nelle tavole entomologiche. Mi piace pensare di sì, immaginarmi il bagno lustrale del lucido ditisco, disco oscuro, sommergibile bordato di vivo giallo aranciato, anche in questo contesto urbano. Il suo corpo ellittico che si muove flottando fra i filamenti delle alghe, annaspando, sempre riportato in superficie dalla bolla d’acqua racchiusa sotto le elitre. Eccolo che spinge. Spinge con le zampe pagaianti, spazzolate. Fronzute. La vertigine verticale della discesa. Natante flottante, cuscino d’acqua che riflette l’immagine di me adolescente che ti osservo estasiato dietro il vetro di una teca. Ma del ditisco, su queste rive, non c’è nessuna traccia. L’unico che ho visto, in vita mia a Firenze, era prigioniero di un lussureggiante acquario, in un negozio di animali dalle vetrine luminescenti nella notte autunnale, lungo i viali di circonvallazione.

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