Gacka

GACKA

racconto di Roberto Pragliola

Quando i motori interruppero il loro pulsante brontolio, la nave si fermò lasciandosi cullare come il più innocente dei pargoli. Eravamo partiti da Ancona la sera tardi ed ora non era ancora l’alba. La prima tenue luce lasciava intravedere una densa nebbia trafitta dalle cime di numerosi scogli e minuscole isole di grigia pietra. Avevo provato inutilmente a dormire in quella cabina metallica, rugginosa, cigolante e infuocata peggio di un forno. Così avevo deciso di andare a prua. Sotto quel cielo angoscioso, dove ogni stella era un lacerante punto interrogativo, avevo atteso il sorgere del sole fra il fruscio dell’acqua contro lo scafo, la brezza salmastra che mi schiaffeggiava il volto, ponendomi domande senza risposta.
Non sapevo perché la nave si era fermata in mare aperto. Forse aspettava che si facesse giorno prima di sgusciare fra quegli scogli irti come cavalli di Frisia. Oppure era semplicemente in anticipo sull’orario. Gli altri, Franco, Bruno e Alberto, mi raggiunsero a giorno fatto quando la nave stava per attraccare. Le operazioni di sbarco andarono per le lunghe. Infine apparve la Volvo di Franco. Subito dopo partimmo per il Gacka.
Fu Franco a raccontarci di un chalk stream zeppo di trote gigantesche che bollavano per ore e neanche un pescatore in circolazione. Lo aveva scoperto al ritorno da una gita al parco di Plivice nel mese di giugno. A meta luglio partimmo. L’idea di prendere il traghetto non fu felicissima. Era il 1972, se ben ricordo.

Gacka

Che sappia, nessuno nel nostro paese conosceva quel fiume. Non rammento una sola riga sulla stampa di settore. Il primo articolo lo fece qualche tempo dopo proprio Franco su “Caccia&Pesca”, allora edito a Firenze. Franco sosteneva che anche in Europa questo fiume era semisconosciuto. In seguito ci sono tornato altre volte. L’ultima fu nel 1978, quando ci andai per girare un filmato per la RAI. Era già affollato. Quando un fiume è troppo frequentato, di solito l’abbandono per altri meno conosciuti: un lusso che a quei tempi ci si poteva ancora permettere, dato che nel nostro paese i pescatori con la mosca erano pochi e ancora meno quelli disposti a sobbarcarsi chilometri per scovare qualche fiume nuovo. Al tempo stesso la Jugoslavia aveva ancora qualche fiume da scoprire.
Ci inoltrammo per un viottolo finché Franco non si fermò in un luogo che da quel giorno qualcuno di noi definì “la tana dei coccodrilli”. Grosse trote bollavano come mai mi era accaduto di vedere. Pescammo per tutta la mattina senza prendere una trota che è una. Finché qualcuno, spinto più dalla frustrazione che dalla stanchezza, disse che tanto valeva andare a mangiare. Le trote stavano già bollando al nostro arrivo, bollavano ancora quando andammo a mangiare, e continuavano ancora a farlo anche quando ritornammo.

Il locale era vuoto. Solo due pescatori, oltre a noi. Mentre aspettavamo il nostro turno, una ragazzotta ci passò davanti con un vassoio con sopra una grossa trota portandola ai due pescatori dall’altra parte della stanza. Quella vista ci demoralizzò, era la dimostrazione della nostra sconfitta. Sbrigammo velocemente il pasto per cercare di rifarci il pomeriggio.
Le trote stavano ancora bollando, come ho detto. Ma le nostre mosche erano ignorate nella maniera più plateale. A volte passavano nel mezzo a due o tre esemplari, talmente vicine al loro muso da sembrare impossibile che non le prendessero. Qualcuno mi sfotteva. Poi c’era chi sosteneva che non avevamo le mosche giuste e chi avanzava le ipotesi più strampalate. A questo punto devo aprire una parentesi.
Era la prima volta che avevamo a che fare con un autentico chalk stream. Solo Franco, che per lavoro andava spesso all’estero, specie nel nord Europa, ci aveva già pescato. Al tempo stesso, a Firenze, per tradizione, eravamo tutti appassionati della mosca secca. Solo all’inizio di stagione usavamo anche la sommersa, spider o mosche alate inglesi, ma non tutti. Nessuno usava il piombo, una cosa, a quei tempi, criticata molto duramente. Al massimo si attorcigliava qualche giro di filo di rame sull’occhiello della mosca di punta e neanche sempre. Di ninfe neanche l’ombra. Sapevamo che esistevano, ma nessuno le aveva mai usate.

Dopo Franco, Bruno era uno dei più attenti a quanto accadeva all’estero. Fu lui che mi dette alcune ninfe invitandomi a provarle. Erano artificiali che si era costruito secondo le ricette di Frank Sawyer: Pheasant Tail, Grey Goose, Killer bug e Swedish Nymph. Decidemmo di provarle nel fiume Sieve, a cavedani. La pesca era quella classica, a risalire a vista. Ingrassavamo parte della coda e tutto il finale escluso il lunghissimo tratto di nylon con appesa la ninfa che, al contrario, sgrassavamo con le erbe del fondale. Pescavamo attenti al minimo movimento del finale oppure al più piccolo balenio sott’acqua. In seguito ho usato ancora la ninfa, sempre pescando a risalire, non a discendere com’è costume oggi, ma non ho mai trovato questa pesca così gratificante come la mosca secca, anche se interessante. Ogni cattura mi lasciava sempre il rammarico di non averla fatta con la mosca secca.

Frequentando soprattutto torrenti o fiumi ad andamento veloce, non c’era mai capitato, oppure non ce n’eravamo accorti, di vedere un pesce ninfare. Pertanto non sapevamo distinguere con chiarezza la bollata ad un insetto alato da quella sulla ninfa. Ne avevamo il sospetto, naturalmente, ma non la certezza come accade sempre quando le cose si apprendono dai libri. Queste erano le nostre conoscenze.Io cambiavo artificiali su artificiali e tutte mosche secche. Bruno e Alberto facevano altrettanto, mentre Franco, preso dalla disperazione, arrivò addirittura a montare degli spider. Tutto inutile. Finche non mi venne il sospetto che quelle trote stessero proprio ninfando. Invitai Bruno a provarci. Era l’unico che ne aveva qualcuna. Montò la Pheasant tail di Sawyer e poco dopo catturò una trota. La foto di quell’esemplare apparve in seguito sul catalogo Roberto Pragliola Viaggi. Si vede Bruno in primo piano con quel pesce in canna e io sullo sfondo, leggermente sfocato, che cerco di dargli una mano per guadinarlo. La foto la fece Franco.

Quella cattura andò per le lunghe perché Bruno entrò nel pallone. Invocava continuamente il mio aiuto ma, come mi avvicinavo con il guadino, mi cacciava subito via. Appena mi allontanavo m’insultava perché non lo aiutavo, per poi ricacciarmi via e ricominciare tutto da capo. Franco, abituato a prendere grossi pesci, se la rideva. Alberto lo implorava di tirare a riva quel pesce prima di sera. Era la prima trota di una certa mole presa da Bruno e l’unica cattura della giornata. Tornammo all’albergo con la coda fra le gambe. Bruno gongolava, una volta tanto poteva sfotterci.

A sera, la solita ragazzotta, ci passa nuovamente davanti con lo stesso vassoio con sopra un’altra gran trota, sempre diretta verso quei due. Li avevamo guardati torvi già a pranzo, figuriamoci ora. Non sapevamo di che nazionalità fossero, di sicuro non erano italiani. Chiedemmo a Franco, che parla diverse lingue, di andare a chiedere informazioni ma fece il viaggio a vuoto: non gli avevano voluto dire nulla. Simpatici, quei due.
L’albergo era vuoto, noi eravamo depressi nonostante ci fossimo fatti più di un “wiskaccio”, e i due, che Franco ci disse essere Belgi, se ne stavano appartati per i fatti loro. Fu a quel punto che arrivò lo slavo. Per la verità prima notammo lei, una ragazza splendida. La cosa peggiore che ci potesse capitare: niente pesci, due pescatori ostili, e per giunta ne capita un terzo con al seguito quella magnifica femmina.
Al contrario dei belgi, lo slavo era simpatico, la sua donna affascinante. Ci avvicinò sorridente, chiedendoci com’era andata. Appena seppe il risultato, affermò che eravamo dei pivelli. Ingoiammo anche quel rospo. Ci chiese che mosche avevamo usato. Tutti si voltarono verso di me, sapevano che avevo l’assortimento migliore. Andai in camera e tornai giù con due scatole d’alluminio a trentadue scomparti della Wheatley e altre più piccole. Come le vide, lo slavo si mise a ridere di gusto ripetendo che eravamo degli sprovveduti. Andò via e ritornò con una sola scatola che era la metà della mia più piccola. Me la porse e per poco non mi cadde per terra per quanto era pesante. Tutte mosche piombate. Ma piombate come neanche ci immaginavamo. Ci spiegò tutto. Ci fece vedere la sua canna in fibra di vetro, le mosche che catturavano di più, ammesso che di mosche si potesse parlare, e di come si pescava in quel fiume. Era simpatico e smargiasso. Arrivò al punto di affermare che l’indomani avrebbe preso una trota entro mezz’ora. Ci parve un’altra delle sue smargiassate. E invece la prese per davvero. Poi quel grosso pesce si slamò. Però l’aveva preso.

Al ritorno, mentre stavo ancora leccandomi le ferite più sanguinose che mi fossero mai state inferte, Franco mi chiese cosa ne pensavo del Gacka. Sostenni che quel fiume non mi piaceva, che preferivo i miei torrenti e altre bischerate del genere. D’altra parte cos’altro puoi dire quando ti ritrovi fra pescatori ostili, non prendi neanche un pesce, ti capita fra i piedi un tipo con dietro una magnifica femmina e che per giunta cattura grosse trote.

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