Passione ed Emozione

PASSIONE ED EMOZIONE
(brano tratto da “Magia sull’Acqua” di Roberto Pragliola, per gentile concessione della casa editrice Hoepli, Milano).
Un’estate ho frequentato varie volte di seguito un no-kill. Più che una scelta fu una costrizione, poiché a monte una diga scaraventava giù acqua tutte le mattine sporcando il fiume per l’interagiornata. Era pescabile quasi esclusivamente in alto, nel no-kill, e solo a sera. Anche questo no-kill, come altri, era zeppo di trote, alcune anche molto grandi.
Un giorno non aprirono la diga e trovai il fiume finalmente pulito. Ne approfittai. Assieme ad un occasionale compagno di pesca me ne andai a valle, laddove la pesca è libera. Pescammo un paio d’ore senza che una sola trota salisse alla mosca, con il mio compagno a ripetermi che era meglio tornare nel no-kill, che nel frattempo n’avremmo prese chissà quante e altre lagne del genere.

Finalmente arrivò la sera, e con le prime ombre comparve qualche insetto. L’aria era pregna di profumi intensi che un leggero vento sparpagliava mescolandoli. Una moltitudine di minuscoli insetti schizzavano da tutte le parti come scintille di vita. Ero accoccolato sull’erba di fronte ad una buca coperta dalla vegetazione e liscia come un biliardo, intento ad aggiustarmi il finale. Nella buca subito a valle, una pietra spaccava in due la corrente con suoni cupi che la mia fantasia trasformava in immaginifiche bollate di misteriose ed enormi trote che, al calar del buio, abbandonavano i silenti pascoli del fondale per trasformare una bollata nella più magica delle visioni, nella più intensa delle emozioni che il tempo non è mai riuscito a scalfire.
La prima bollata la vidi mentre ero ancora alle prese con il finale. Istintivamente accelerai le operazioni, un occhio al nylon, l’altro all’acqua, poi agli insetti e di nuovo alle bollate che sierano improvvisamente moltiplicate. Per la maggior parte si trattava di trote di stazza modesta, ma ce n’erano anche di più grandi, proprio come accade in natura.
Rovistai ansiosamente nelle scatole, finché non trovai la mosca che mi parve quella giusta. Fu a quel punto che vidi la superficie dell’acqua gonfiarsi, aprirsi, vidi il gorgo, udii il suo suono cupo e la grande trotasalire e scomparire magicamente, proprio com’era apparsa. Si trattava di uno dei componenti alti della “piramide”: quella “scala” che vuole che per un pesce di grossa taglia, ce ne debbano essere alcuni di dimensioni più modeste e molti altri ancora più piccoli.
Ero di fronte ad un evento che in natura, al contrario dei no-kill, non capita tutti i giorni. Senza distogliere lo sguardo dal luogo dove la trota aveva bollato, gli occhi ficcati in quel punto fino al dolore, mi avvicinai alla buca trattenendo il respiro, i muscoli tesi, cauto e lento, con lalentezza spasmodica del predatore che sa di avere un solo attacco a disposizione.
Quando giunsi a tiro, esplosi un lancio che fischiò nell’aria come una pallottola. La mosca si confuse con il buio. La bollata la percepii più che vederla. La ferrata tagliò la superficie dell’acqua come una saetta, e sentii l’amo conficcarsi nella carne peggio di una pugnalata. La trota esplose verso l’alto come morsa dal dolore. Attraverso la tensione della coda seppi che l’avevo azzannata e che nonavrebbe avuto scampo. Lottò con la disperazione dei predatori, quando a loro volta divengono prede. La preda lotta per difesa, il predatore combatte esplodendo furia.
Quando quel pesce fu nelle mie mani, aveva ancora negli occhi quella sconvolgente sensazione. Mi guardò con l’odio di chi è abituato a vincere e ora si trova sconfitto, non con l’occhio spento, remissivo, delle vittime designate. La slamai con movimenti incerti, l’animo ancora pregno delle sensazioni appena provate, finché con un colpo di coda la trota scomparve.
Rimasi immobile a fissare l’acqua, con ancora negli occhi e nel cuore la sequenza di quella lotta e le sensazioni che mi aveva dato. Ero in quello stato d’appagamento, quella rilassatezzache ti prende dopo una forte emozione, e senti il bisogno di qualche minuto di pausa prima diriprenderti.
Solo a questo punto mi accorsi che il mio compagno aveva assistito alla scena. Mistava guardando in maniera strana, quasi incredulo.
Qualche giorno dopo venni a sapere che costui aveva raccontato l’episodio ad alcuni amici. Non riusciva a spiegarsi il mio comportamento. Quella trota era sì grossa, tuttavia non così grande come alcune del no-kill: una taglia che apparentemente non giustificava ciò che aveva visto nel mio comportamento, letto nei miei occhi, intuito dal mio stato d’animo. Una reazione quasi da principiante. Di un novellino alle prese con la sua prima trota grossa.
Cosa dire?  Come spiegargli che quando peschi in certi luoghi tutto è scontato ad iniziare proprio dalla mole delle catture. Che laddove tutto è prevedibile non esistono più sorprese, stati d’animo, in due parole emozioni, e allora prevale il tedio. Che è illusorio combattere il tedio con un numero di pesci sempre maggiore, di taglia sempre più grande, due ben miseri surrogati delle emozioni.
Cosa può darti la pesca in luoghi dove puoi sbatacchiare la coda in acqua come il più impacciato dei principianti senza pregiudicare nulla.
Dove perdere un bel pesce ti lascia indifferente, tanto di lì a poco ne puoi prendere tanti altri simili e anche più grandi.
Dove si pesca uno accanto all’altro, fra il ciabattare in acqua di quello che sale, l’altro che scende e del terzo che va a riprendersi lamosca che gli si è attaccata alla vegetazione proprio a pochi passi da te. Fra il vociare del bischero di turno, dell’altro che si sente in dovere di fare la radiocronaca in diretta della sua cattura all’amico e a tutti gli altri attorno.
Dove una bollata al massimo è un punto di riferimento come una qualsiasi pietra e non un’emozione, mentre la tensione del pesce in canna è solo un momento di esibizione e la slamatura quasi un seccatura perché ti fa perdere tempo: toglie solo spazio ad una cattura in più.
Dove la stessa trota è solo un oggetto, un numero, uno in più da sfoggiare la sera con gli amici: la presunta dimostrazione della propria abilità. E’ un mondo privo di emozioni. Dove tuttosi appiattisce e ogni cattura contribuisce ad appiattire la cattura che segue e l’altra che seguiràancora. E’ una goccia che, assieme a tante altre, uno dopo l’altra, inaridisce le emozioni finché il tuo cuore di pescatore è peggio di una spugna secca.
Senza emozioni c’è solo tedio: uno stato d’animo che ti spinge ad andare in un altro posto dove le trote sono ancora più numerose, di taglia sempre maggiore, in una girandola infernale destinata non a placare ma, al contrario, ad alimentare il tedio. A distruggere le emozioni.
Quando manca l’esplosione del cuore alla vista di un pesce più grande del solito che si catapulta all’improvviso in aria, la stessa delusione di una cattura persa, l’altra dovuta ad un pesce di piccola taglia, l’ansia che ti attanaglia quando sai che con un lancio ti giochi tutto, quando una bollata più fragorosa, un suono cupo della corrente non ti manda il cuore in gola, non accende la tua fantasia, quando tutto è sempre eguale, tutto scontato come il più consunto dei rapporti amorosi, non ci sono più emozioni.
Il pesce grande, sempre più grande preso in certi luoghi, è solo un surrogato delle emozioni. Purtroppo i no-kill uccidono l’emozione. Può la pesca sussistere senza emozioni? E se sì, è ancora “Pesca”?
L’interrogativo, dunque, è questo: può esserci passione senza emozione? Un interrogativo del tutto retorico, perché l’assenza delle emozioni equivale a strapparsi il cuore. E’ l’inizio di un processo degenerativo che non coinvolge solo la pesca e allora si salvi chi può.