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E del tutto inutile cercare nell’attrezzatura soluzioni che essa non potrà mai dare. Non solo perché l’attrezzatura è statica, non è quindi in grado di offrire soluzioni a problemi di origine dinamica, ma prima ancora perché l’attrezzo è solo un mezzo e può portare a qualsiasi risultato, e difatti dipende da come si adopera.
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La canna
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La funzione unica di una canna è lanciare. Tutto ciò che un attrezzo ci da in più è un optional, tutto laltro che ci sottrae un handicap.
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-La pesca con la mosca ha sempre ruotato attorno a due punti: l’artificiale inteso come imitazione esatta e l’attrezzatura. Il primo è sempre stato considerato il vero artefice della cattura, l’altra il mezzo per risolvere i problemi (precisione, delicatezza di posa della mosca, deposizione silenziosa della coda in acqua e via elencando) connessi con la cattura stessa.
-Per esempio, la precisione dipende dalla qualità della canna. La distanza è direttamente proporzionale al peso proiettato e conseguente struttura dell’attrezzo. La silenziosità di deposizione della coda in acqua si ottiene con una coda leggera. La delicatezza di posa della mosca dipende anch’essa dalla canna (qualità, caratteristiche), mentre il dragaggio lo si può contrastare con un attrezzo lungo e via elencando. Come a dire: tutti i problemi connessi con l’esercizio della pesca non dipendono affatto dall’abilità del pescatore, dal modo con cui costui manovra il suo attrezzo, ma dall’oggetto di per sé. Verità, queste, mai messe in discussione, anzi consacrate nei cataloghi di quasi tutti i costruttori di canne. Ciò nonostante è difficile condividere questa tesi. Non fosse altro perché di per sé l’attrezzo può portare a qualsiasi risultato, e difatti dipende da com’è manovrato.
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-Una canna adatta alla TLT è un attrezzo che oscilla fra i sette piedi e mezzo e gli otto piedi o poco più per code del numero tre. E un attrezzo esile ma al tempo stesso rapido e tosto. Pare un fuscello, mentre in realtà è uno stiletto. E quindi in grado lanciare con efficacia e domare anche pesci di grossa taglia. E riesce a fare entrambe le cose con micidiale efficienza. Con questo equipaggiamento la TLT è in grado di ottenere le stesse prestazioni (distanza di pesca, tenuta del pesce, eccetera) di attrezzi di otto o nove piedi ed oltre che lanciano code del n. 5 o 6 usuali alle tecniche tradizionali.
-Cè uno stretto rapporto fra lancio e flessibilità dell’attrezzo, fra abilità di lancio e rapidità della canna. Al punto che quanto più il livello medio di abilità del lancio si evolverà, tanto più si considererà flessibile ciò che un tempo si riteneva rigido. Il giorno in cui un certo grado di abilità sarà dote comune, non solo varieranno ulteriormente le valutazioni nei confronti dei due termini in questione, ma addirittura scompariranno come termini di raffronto per lasciare il posto alla funzionalità: un giudizio che possiede un solo metro e valuta la velocità per i suoi riscontri oggettivi.
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-Il problema delle canne tradizionali è di essere concepite in rapporto al peso proiettato (canna-molla). Per capovolgere la situazione, e quindi rendere questo attrezzo efficiente, trasformarlo finalmente nel tramite fra la volontà del pescatore e le esigenze della pesca, è necessario concepire una canna non più come una molla ma piuttosto come una leva.
-La differenza più evidente che separa una molla da una leva è che la prima, per svolgere la sua funzione deve essere flessibile, mentre una leva, per fare altrettanto, è necessario che sia rigida. Una seconda differenza è che la prima possiede una propria velocità, fra l’altro una velocità fissa, quella che gli deriva dal materiale e dalla sua struttura. Volendo usufruire di velocità diverse, dunque, dobbiamo ricorrere a molle strutturalmente differenti. Viceversa una leva, proprio perché rigida, non possiede una velocità propria e tanto meno fissa. La velocità della leva è infatti conseguente al modo con cui è manovrata, quindi variabile.
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-La canna TLT è sì più rigida delle usuali, ma non nella misura che può lasciar intendere la sua velocissima coda o per quanto è dato di immaginare tramite uno scritto. In modo particolare quando, nel tentativo di descriverla, si ricorre a termini che si prestano all’equivoco quali per esempio dura. Non dimentichiamo che nella TLT la velocità scaturisce principalmente dalla dinamica del suo lancio e solo in percentuale minore dall’attrezzo. Per questo motivo una canna del genere non può essere dura, per quanto relativo e vago sia il termine. Se la velocità in questione fosse prodotta dell’attrezzo, questa canna non potrebbe proiettare una coda leggera ma una molto più pesante. Pretendere di proiettare code leggere con un attrezzo che il comune sentire concepisce rigido, duro, eccetera, oltre che tecnicamente errato, è anche una contraddizione in termini.
-Grazie alla TLT l’attrezzatura leggera non è più un capriccio, attrezzi da sfoderare di tanto in tanto per sfizio. Non è nemmeno integrativa, nel senso di usarla solo quando dobbiamo affrontare condizioni particolarmente difficili, quantomeno se il metro con cui si valutano le cose è quello dei risultati. Con la TLT viene a decadere anche l’unico motivo che giustifichi l’uso di una coda pesante. Anzi viene meno la ragione per la quale il peso (una certa quantità) è sempre stato ritenuto indispensabile.
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La coda di topo
L’anima del lancio
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-Il peso ideale del lancio TLT è il numero tre. Pesi del numero due o del numero quattro, per esempio, consentono di fare quasi tutto, ma non tutto. Permettono di far bene qualunque manovra, ma non tutte nel modo migliore. Solo la coda del numero tre permette di fare qualsiasi cosa in maniera eccellente. Questo peso rappresenta la sintesi dei vari pesi possibili. Corrisponde alla vera dimensione del peso nel sistema TLT. Ancora più importante è come il peso è distribuito. Laddove questi è addirittura deleterio è in testa (punta della coda), proprio laddove è invece necessaria la massima leggerezza: presupposto indispensabile per portare velocità e conseguente tensione fino all’ultimo centimetro di nylon. L’esatto contrario di quelle code con il peso spostato troppo in avanti. Peggio ancora le WF. Entrambe inadatte per la TLT. Anzi controproducenti. Il peso in testa è il nemico peggiore della velocità e della tensione.
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Il finale
Il cordone ombelicale fra il pescatore e la sua imitazione
-Gran parte dei problemi che affliggono le nostre uscite di pesca, potrebbero essere risolti se potessimo modellare (piegare, eccetera) la coda in acqua e in aria in qualunque punto della sua lunghezza e a qualsiasi distanza. Purtroppo oltre un certo numero di metri siamo impotenti. Altri problemi derivano dal peso e dallo spessore della coda. Il primo intralcia manovre essenziali, per esempio il suo ribaltamento in acqua, mentre il suo spessore impedisce di raggrupparla sulla superficie in piccoli spazi. Entrambi gli inconvenienti corrispondono a limiti oggettivi del sistema, anche se quelli connessi con spessore e peso della coda sono acuiti dal solito eccesso di peso adoperato dalle tecniche usuali. Il problema che incide di più sul nostro operato è il primo (modellare, piegare, eccetera la coda in acqua e in aria in qualunque punto della sua lunghezza e a qualsiasi distanza), perché corrisponde a una zona morta, qualcosa di molto simile ad un vuoto dinamico, che sottraendo questa parte di coda al nostro controllo ce ne impedisce il suo utilizzo.
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-Per le tecniche usuali, la funzione del finale è di trasmettere energia alla mosca, grosso modo l’equivalente di una cinghia di trasmissione fra coda e mosca. Per assolvere questo compito il finale deve possedere un unico requisito: distendersi. Non a caso in pesca questo oggetto è passivo. Se da una parte è sorprendente che per questa rudimentale funzione gli sia data tanta importanza, dall’altra è addirittura sconcertante costatare che anche il finale, proprio come il lancio, per queste tecniche non svolge un ruolo.
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-Eppure, solo il finale possiede i requisiti per ovviare a quegli inconvenienti definiti limiti oggettivi del sistema elencati poco sopra, difatti:
1) si può modellare in aria (piegare, eccetera) in qualsiasi punto della sua lunghezza e (quasi) a qualsivoglia distanza;
2) si può modellare in acqua (accartocciare in spazi minimi, eccetera) in tutte le fogge, in qualunque punto della sua lunghezza e (quasi) a qualsiasi distanza;
3) è maneggevolissimo, flessibilissimo e offre alla corrente una massa minima, quindi, un attrito irrisorio.
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-Grazie a queste caratteristiche, il finale doveva necessariamente costituire l’anello di congiunzione in grado di colmare sia quella zona morta (flessione, piegamento, eccetera della coda a lunga distanza) che limita in maniera drastica il nostro operato, sia gli altri inconvenienti connessi con lo spessore e massa della coda. Solo il finale è in grado di ammortizzare, fin quasi ad annullarli, peso e spessore della coda: i due fattori che consentono di isolare l’artificiale dalla coda quando questa subisce le trazioni della corrente (dragaggio).
-La capacità del finale di variare e al tempo stesso integrare i ruoli (il suo e quello della coda) riesce ad esaltarne i rispettivi compiti. Lo trasforma in un elemento capace di porsi di volta in volta sia al servizio della coda sia, incredibilmente, al proprio servizio, alle funzioni cui è adibito. Ecco perché il finale è la soluzione della maggior parte dei problemi che affliggono le nostre uscite di pesca, l’elemento che tramuta in positivo le negatività del peso e dello spessore della coda. In due parole, uno strumento di pesca efficacissimo. E il suo ruolo naturale, anche se la cosa non è automatica, dato che per svolgere questo compito deve essere concepito e usato in un certo modo.
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-Per le tecniche tradizionali anche i finali sono soggetti al principio della serie. Il principio in questione comporta la suddivisione dei finali in leggeri, medi e pesanti. Schematizzando, la logica della serie (canna + coda + finale + artificiale) è questa:
1)canna potente (spesso anche lunga) uguale coda pesante;
2)coda pesante uguale finale potente e lungo;
3)finale potente e lungo uguale artificiali di grandi dimensioni.
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E il contrario:
1) canna poco potente (spesso anche lunga) uguale coda leggera;
2) coda leggera uguale finale poco potente e corto;
3) finale poco potente e corto uguale artificiali di piccola taglia (midge).
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-Questi i due estremi. L’attrezzatura medio pesante si colloca a metà strada.
Esclusa la pesca in mare e pochi altri casi, il finale tradizionale, corto o lungo che sia, è progettato in modo da distendersi in maniera progressiva. Di solito questi finali (potenti, medi e leggeri) sono (quasi sempre) carenti di potenza, hanno (spesso) una conicità non appropriata e (sempre) una punta troppo corta. In ogni caso, per queste tecniche, il finale è legato al tipo di attrezzatura usata.
-Questo, invece, il criterio sul quale si basa la TLT:
1) canna corta e coda leggera;
2) coda leggera e finale potentissimo e molto lungo;
3) finale molto lungo e artificiali di qualsiasi taglia.
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-Ancora una volta la TLT rovescia i termini del comune modo di intendere le cose. Prima di vedere perché la TLT usa un finale così lungo, addirittura più lungo e più potente di quelli dell’attrezzatura tradizionale pesante, è necessario aprire una parentesi.
Per le tecniche tradizionali un finale deve essere bilanciato: il presupposto che consente una regolare trasmissione dellenergia e, di conseguenza, una sua buona distensione. A questo punto, viene da chiedersi a cosa serva un finale bilanciato. Sappiano che le tecniche tradizionali proiettano coda e finale per linee parallele. Sappiamo inoltre che non c’è alcun collegamento fra questa traiettoria e la pesca. Di conseguenza, per queste tecniche il finale deve distendersi in maniera progressiva, la sola cosa che questa traiettoria consente di fare e, in definitiva, quanto a costoro necessita e interessa.
-Il bilanciamento, proprio perché prevede una regolare trasmissione della potenza in funzione della sola distensione del finale, è un criterio costruttivo che prescinde le situazioni di pesca. Se dobbiamo posare la mosca oltre una forte corrente (situazione di pesca), una distensione progressiva del finale equivale a deporlo in acqua tipo mezzaluna: una sagomatura che, come è noto, non contrasta in maniera efficace il dragaggio. Se, quindi, è vero che questo finale, in virtù del suo bilanciamento, si è comportato in maniera ineccepibile in aria, non si può dire altrettanto in pesca.
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-Alla TLT interessa poco che un finale sia concepito per una regolare trasmissione dell’energia (bilanciamento). Interessa invece una trasmissione dell’energia in funzione dell’irregolarità con cui questa deve giungere all’artificiale: il solo modo che consente di plasmare il finale in acqua e in aria secondo le situazioni specifiche. Il finale tradizionale, dunque, serve per lanciare, per così dire, mentre quello TLT per pescare.
-Così progettato, il finale si trasforma da rudimentale cinghia di trasmissione in un elemento capace di porsi completamente al nostro servizio sia per sconfiggere il dragaggio, sia ai fini di una grande varietà di pose e di presentazioni dellartificiale. In entrambi i casi, infatti, equivale ad un elemento snodato, una specie di catenella, i cui componenti, tutti indipendenti l’uno dall’altro, permettono di poterlo flettere o addirittura piegare su se stesso nel punto di volta in volta desiderato. Si può quindi plasmarlo in acqua e in aria come da necessità. Concepito in questa veste, il finale è la nostra arma più efficace per risolvere gran parte dei problemi della pesca. -
-Perfino superiore a quella dei lanci. Difatti, contrariamente a quanto si crede, di per se i lanci hanno un’efficacia limitata. Non a caso per la TLT il vero artefice del risultato è il finale, la coda è di solo supporto. Una tecnica carente di lanci, di traiettorie, capace di un esiguo numero di pose e presentazioni, e che per giunta considera il finale solo come un accessorio, è una tecnica povera di strumenti e rudimentale nelle sue espressioni.

